Shame (****-)
Un film di Steve McQueen. Con Michael Fassbender, Carey Mulligan, James Badge Dale. Drammatico, colore, 99 min. Gran Bretagna 2011.
E si parla di altalena finanziaria ma, fuori dalle stanze di Wall Street, i comuni mortali vedono oscillare solo il proprio umore alternando stati di euforia alla mestizia che contraddistingue un essere umano completamente esautorato dall'essere "faber fortunae suae".
Cari guru della finanza, le vostre previsioni non ci interessano. Sembrano un reloop di un incubo atto a frammentare i nostri progetti annotati in pezzi di carta (non utili come gli assegni e le banconote) e destinati ad essere accartocciati tra i rifiuti di un qualche universo chiuso: le nostre camere da letto.
Che la sofferenza rimanga inflazionata tra gli indicatori artificiosi del benessere. Quaggiù le primavere sono più profumate perchè non hanno una scadenza convenzionale ma una profonda stabilità sentimentale che i trend non possono garantire. Mai.
kykeon.
E' una sera come tante. Uno di quei momenti da crepuscolo estivo. Il cielo assume colorazioni vaghe, imprecise, sfumate. Il rosso abbraccia il cielo turchese e i colori si confondono tra di loro, finchè il limite tra le tracce cromatiche non diventa una confusione, come una sbavatura di un bambino che ha appena tracciato con poca cura l'acquerello sulla carta.
Cammino per le strade del mio quartiere. Parecchi filari di case si dilungano ai margini delle strade. Sono case storiche, abitazioni operaie di inizio novecento. Non sono le graziose villette da epoca del “miracolo italiano”; quelle case basse, circondate da un giardino che vuole narcotizzarci con l'idea che tra il proprio nucleo familiare e il mondo intero ci sia un eden personale. Queste case sono riversate sulla strada: c'è solo un muro che divide la privacy dalla gogna. Attraverso questi ammassi ordinati di cemento filtra l'odore di cibo. Sento parole frammentate che risuonano dai televisori delle famiglie; cerco di capire con orecchio attento di cosa si stia parlando all'interno delle famiglie; la colonna sonora di ogni abitazione è la medesima: il tintinnio metallico delle forchette che sbattono contro i piatti di ceramica. E' un suono dolce che accarezza la mia immaginazione e provo a pensare quali storie abbiano da raccontare quelle famiglie.
Arrivato alla fine del quartiere mi imbatto in un ponte di ferro e cemento, una delle prime strutture che ci ricordano quanto fu burrascoso il passaggio dall'economia agricola a quella industriale. Dalla zappa al martello, dal legno all'acciaio, dalla campagna alla città. Sotto il ponte il vuoto e poi la ferrovia, con treni merci arrugginiti dall'usura del tempo, fermi ad aspettare che qualcuno riempia quei container. Ma sono immobili come il grado di civiltà di questa città, incapace di alienarsi dalle industrie e dal denaro. Quando il denaro potrà ricomprare il movimento di quei treni , potremo essere orgogliosi di vivere in una inciviltà che fa del denaro la moneta del progresso.
L'ora e i profumi di cibo delle case, mi fanno venire fame. L'orologio biologico ha scoccato l'ora del capriccio. Decido di fermarmi a mangiare un kebab. E' uno di quei “kebabbari” che non frequento quasi mai, perchè ormai appartengo alla clientela affezionata di altri gestori. Si sa che le abitudini sono difficili da scrostare perchè appartengono ad uno stato di vita dal quale difficilmente ci dissociamo. La situazione mi ha indotto ad entrare.
Il gestore è scuro di carnagione, ha il sorriso stampato sulle labbra e nei suoi occhi si intravedono i tratti dell'accoglienza. Mi invita a sedermi finchè aspetto che il cliente che mi ha preceduto venga servito. Dopo qualche minuto è il mio turno e dopo aver ordinato il mio kebab, inizio a rompere il ghiaccio e parlo con il timido lavoratore. Gli rivolgo le solite domande di circostanza, stupide quanto necessarie.
E' da tanto che hai aperto? E' la prima volta che vengo qua, che carne usi?
Lui, timido quanto cordiale mi risponde con una fluidità inaspettata anche se la cadenza straniera è evidente.
Vengo da .... Ho aperto da due anni. Sempre qui a lavorare. Dodici ore al giorno.
Probabilmente non ha sentito la mia domanda sulla carne, ma non importa. Penso di aver già ottenuto l'attenzione del mio nuovo amico.
A dire il vero, il locale non è frequentatissimo e il kebab è migliore altrove, però apprezzo la sua disponibilità. Sono rimasto l'unico cliente. Prende posto vicino a me ed inizia a tirare merda contro chiunque. Si lamenta di questo Paese, delle tasse che sono altissime, del razzismo e del finto moralismo.
Non posso che dargli ragione e penso con me stesso Cazzo, ma perchè non è rimasto al suo Paese! E' un po' il senso comune che logora le menti di tutti, ma poi mi vergogno di essermi posto quel quesito e decido che gli spritz con gli amici possono aspettare. Lui ha da raccontarmi storie molto più interessanti del torcio che ci fumeremo.
Io partito da ... tre anni fa. Sono scappato perchè mi cercavano.
Lecitamente lo interrompo e gli chiedo: Cosa hai fatto? Perchè ti cercavano?
Io cattivo per polizia. Ho ucciso poliziotto bastardo. Ma era vendetta per mio fratello. Lui era in prigione perchè dicevano che era terrorista! Cazzo, lui era innocente! Lui ucciso solo perchè sindacalista. E' Governo che ammazza, non mio fratello! Io sono scappato, ma mi amazzavano anche a me se rimanevo là!
Nei suoi occhi si scorgevano vari stati d'animo. Il pentimento per aver commesso un omicidio, secondo lui necessario alla sopravvivenza dell'onore; la rabbia per quel vile e repressivo atto dello Stato; la nostalgia per la mancanza dei profumi, del suolo più familiare. La libertà di muoversi è un diritto dell'uomo: ovunque si vada, i ricordi legati al proprio passato e alla propria terra sono radicati dentro la coscienza di ognuno e quel filo invisibile ed indissolubile che ci lega alla nostra Terra Madre è una bellissima e dolce filastrocca che ci rende innocenti, quasi fanciulli.
Dopo qualche minuto di conversazione con l'amico, conosco buona parte della sua vita. Più che una conversazione è uno sfogo, una chiacchierata unilaterale, un flusso di coscienza macchiato di rabbia e disperazione. Servire kebab, per lui, non è edificante né gratificante. Non giudico il suo lavoro dal punto di vista sociale. In effetti, colui che vende kebab è molto spesso emarginato dalla società sia per il tipo di clientela che frequenta i locali, sia per le infinite ore che separano le chiavi di casa dal buco della serratura. La sua frustrazione, tuttavia, è evidente nei suoi occhi: svolgere una mansione che non piace, con orari di lavoro massacranti in un luogo detestato a causa degli indigeni con la puzza sotto il naso, sono i soliti che identificano la diversità come una forma di inferiorità, con un atteggiamento snob dettato dalla paura di confrontarsi. Ma non è dell'atteggiamento dei miei “conterranei” che voglio parlare.
Potrebbe chiamarsi Ahmed, Mohamed o Abdullah e dopo il silenzio, dovuto sia alla mia scarsa eloquenza sia al fatto che lui abbia palesemente ragione; lui riprende in mano la chiacchierata e mi fa notare cose ovvie, banali ma che acquisiscono un significato più profondo proprio perchè nessuno le dice per qualche strano motivo: Voi... siete tutti uguali. Al mio paese c'erano tante pecore. Tutte uguali, si muovevano insieme. Vedo che voi giovani siete come le pecore: vi muovete in gregge e nessuno dimostra la propria personalità. E' una cosa che vedo anche nel mio paese. C'è chi cerca di assomigliare agli americani e chi si oppone e fa il contrario. Vedo sempre ragazzi, come te, così diversi nei vesti, comportamenti, idee ma così simili nel loro modo di fare.
Provo un profondo imbarazzo, lo ammetto. Una sincera inferiorità nei confronti di mio padre che ha lottato e sofferto molto per ottenere questo tipo di libertà, la stessa che io sto consumando sgranandola e fumandola. Con l'illusione che la libertà sia la libera scelta del canale, quando faccio zapping. Appartengo a una realtà che si batte contro le ordinanze del sindaco per la chiusura di un bar e che la ribellione la vede nei trick con lo skateboard, nello sputare la chewing-gum a terra, nel partecipare all' “evento internacional de musica eletronica”.
Questa è la ribellione? La profonda visione fondamentalista del denaro, che è un po' la vera rivoluzione permanente.
Sono profondamente marxista: vedo due classi, che sono le due facce della medesima moneta: il lato numerico e del valore che rappresenta la spietata legge del mercato e dell'esclusione; la faccia “alternativa” legata alla cultura, alle effigi e ai miti, legata ad un atteggiamento quasi di devozione “religiosa” nei confronti della conoscenza. Vi è un legame perverso tra i due lati di questa moneta, che è un po' la sintesi di questa epoca.
Ecco, il mio marxismo puritano e la mie ideologie crollano.
Non riesco ad intravedere spiragli di uscita, perchè anche io sono coinvolto in questo giochino diabolico.
Il kebbabaro irrompe: Americani hanno distrutto la mia vita. Hanno messo droga nelle nostre parti e tutti sembrano impazziti. Adesso in mondo arabo sento puzza di stanchezza. Tutto crollerà, ne sono sicuro. Siamo tutti prigionieri, anche voi, ma non ce lo dicono. Ragazzo mio, dovete leggere e studiare perchè i libri sono le vere armi. Ricordati.
Pago il conto. Il kebab è finito. Anche lui ha raggiunto il compromesso con l'impero, perchè vende Coca-Cola e Red Bull, ma chiaramente deve sopravvivere. Le sue parole soffiano nelle mie orecchie, quasi come delle profezie.
Lo saluto, con un abbraccio perchè provo vicinanza con quello che lui mi dice e sinceramente mi sento stupido nei confronti di chi ha molto da dire e che ha una propria visione lucida della realtà. Cosa che io, in questi anni non ho fatto perchè mi sono legato ad una parte di mondo, accontentandomi di essa senza uscire da quella marginalità che ora mi soffoca.
Mi vengono in mente tanti aforismi e tante citazioni. Le stesse che ripetiamo quando vogliamo dimostrare la nostra cultura ma dalle quali noi stessi non impariamo il significato.
Anche se voi vi credete assolti, siete lo stesso coinvolti diceva De Andrè. Il consumismo e la nostra stupidità ci trasformano in fatali armi da guerra, non ci accorgiamo, ma è così. Potrei scrivere un libro ma non lo faccio, perchè da oggi, una vertigine mi ha scagliato giù dal piedistallo della ragione: ora sono un coglione come tanti, ma con la voglia di imparare. Più avanti potrò scrivere un libro, quando vivrò racconti come questi. Riconoscere di essere vecchi senza esperienza è il primo vero passo verso la rivoluzione, ma prima di tutto restiamo umani.
kykeon.
Racconto che partecipa al concorso "l'Italia che Vorrei"
| Rom |
e dopo molto tempo mi ritrovo seduto alla mia vecchia scrivania flexa di legno ammaccata rigata smembrata e traballante e ascoltando l'ultimo grande album dei newyorchesi mgmt di brooklyn col loro suono elettronico ascoltando dicevo questa musica coinvolgente avvolgente commovente a volte insomma ascoltando scrivo e bevo tè bevo tè e scrivo liberamente e alternativamente senza meta senza progetto senza in effetti avanzare giusto per il gusto di sentire il suono delle mie dita secche e nodose che scorrono sulla tastiera tap tap tap tap stlak che è il suono del pulsante per lo spazio inteso come spazio vuoto gap direbbero gli inglesi tra due parole non inteso come spazio tipo quello che sta là in cima al cielo e da cui vengono gli alieni ma comunque ho un terribile raffreddore fuori in questi giorni si gela proprio non capisco perchè l'architetto del mondo si è sentito in dovere di aggiungere l'inverno alle altre tre stagioni che in fondo erano già tante certo così l'anno dura di più ma a che prezzo il prezzo è appunto questo raffreddore che mi rincitrullisce e mi costringe a bere una quantità praticamente infinita di tè senza poterne apprezzare l'aroma che poi in realtà so bene che è solo un sapore selezionato e confezionato dai signori della twinings per me e migliaia di miei simili che berranno questo stesso tè che viene da lontano per nave dorso d'asino treno carovana gasdotto e/o chissà che altro e arriva
sulla mia tavola
in una esclusiva confezione di latta colorata che soddisfa nella forma nell’aspetto il bisogno estetico mio e dei miei colleghi consumatori ma sto divagando il nocciolo della questione erano appunto le nocciole nel barattolo di vetro decorato tipo bassorilievo appoggiato sul piano ligneo di questa mia vecchia scrivania nocciole che ogni tanto mangio ma non mi piacciono tanto e poi non fa bene mangiare fuori pasto e non fa nemmeno bene scrivere senza argomento così a cazzo e invece io a quanto pare me ne frego e tap tap tap tap le mie parole sono proprio come queste noccioline tutte più o meno simili più o meno cromaticamente analoghe più o meno insapori e certamente già passate sulla bocca d’altri non proprio queste certo ma altre esattamente identiche
capite il dramma
ma adesso per ridere adesso visto che cercar d’atteggiarsi da persone serie per troppo tempo è cosa da arroganti o da idioti e poi è molto ipocrita adesso insomma per ridere adesso cambio argomento e vi racconto una storia la storia di un pappagallo che sta appoggiato sulla spalla di uomo di colore che cammina per strada ma ad un tratto si ferma non cammina più resta immobile in mezzo alla strada a fissare il vuoto con quel buffo pappagallo sulla spalla immobile pure lui e la colpa è tutta del vecchio jack che si è accorto che si tratta di una storiella politicamente molto scorretta tanto che forse sarebbe meglio non raccontarla affatto e allora cambiamo ancora argomento e lasciamo l’uomo di colore e il pappagallo alla loro inerte immobilità e parliamo dell'attualità italiana ad esempio pare che sia il 150esimo anniversario dell’unità d’italia dico per dire dico per ridere insomma è passato un sacco di tempo da questo risorgimento di una nazione che s’era fatta ma bisognava ancora fare gli italiani a me pare che adesso siano abbastanza fatti pure loro permettetemi questa battutaccia e comunque nessuno si ricorda cosa sia questa italia ammesso che sia mai esista forse sui libri del guidorizzi ve lo ricordate il guidorizzi forse dovremmo chiederlo a lui dov’è finita l’italia di cui scriveva in fondo sembrava che la conoscesse bene che fossero quasi amici ma del resto si sa che a una certa età invecchiando si cominciano a perdere molte buone abitudini come ad esempio uscire di casa utilizzare strumenti tecnologicamente avanzati e mantenere vive le nostre amicizie ecco l’ho detto chissà se il guidorizzi e l’italia sono ancora amici chissà qua chissà là vedo gente confusa ma forse è solo il mio specchio certo c'è chi comunque non ne fa una tragedia e si distrae con la fica ma insomma qualcuno si pone il problema e poi va a sbronzarsi per forza di cose perchè la soluzione gli sfugge e a questo punto come non pensare al vecchio hemingway che sul tema la sapeva lunga assai e poi non si può non pensare ai mandarini che a differenza delle mele hanno capito bene come va a finire se ne sono fatti una ragione e si sono già divisi diligentemente in spicchi e ancora come non pensare a joe strummer che diceva che
pensare è il motivo per cui svegliarsi alla mattina
e aveva molto probabilmente ragione anche se non va dimenticato che nel sonno il cervello non cessa affatto di lavorare anzi ricordate a tal proposito la canzone dei tre allegri ragazzi morti che s'intitola piccolo cinema onirico ma tanto per restare in tema musicale e citare un altro grande maestro della creatività commerciale ricordatevi intendo a proposito di quanto diceva invece strummer ricordatevi che opportunities come once in a lifetime perciò carpe diem e buona notte
sono due visioni diverse e opposte a mio parere anche se di certo non sono le uniche
Nell'ultimo periodo, e con periodo intendo più o meno le due settimane che precedono queste mie parole, non sono uscito molto. Anzi, per certi versi potrei dire che non sono uscito affatto, considerato che esattamente la mattina stessa in cui i miei sono partiti per la loro settimana di vacanza post-capodanno, mattina che avevo già deciso di inaugurare all'ora più tarda possibile con la triplice intesa birra-bagno-sigaretta, mi sono svegliato con trentotto linee di febbre a darmi compiaciute il buongiorno. Il risultato sono stati sette giorni in posizione orizzontale sul divano ad abbeverarmi passivamente di TV per potermi addormentare, litri su litri di tè caldo e un continuo domani starai meglio intervallato a fiumi di frasi più sconnesse del solito in loop nella mia testa. Per non parlare della dose minima di chiamate giornaliere di mia madre per rassicurasi che prendessi le giuste medicine nella giusta quantità al momento giusto. Sta di fatto che, pur non avendo preso mezza pasticca, sono guarito e miei sono tornati senza che io abbia potuto godere di almeno un'ora della mia libertà a tempo determinato. Il giorno successivo al loro ritorno ho guardato il calendario e ho realizzato che, senza iniziare a studiare in quello stesso istante, non avrei potuto dare uno stralcio di esame, dunque mi sono rinchiuso in camera per tentare di combattere la pulsione alla distrazione, la quale si presenta ogni qual volta che mi metto sui libri con un buon tempo in anticipo rispetto alla data della prima sessione. L'equivalenza necessaria alla disintossicazione da quello che è noto a tutti con il nome di cazzeggio è eliminare le distrazioni = evitare (in questo caso) la biblioteca = porsi dei mini traguardi in vista del traguardo principale= svegliarsi presto per guadagnare ore di concentrazione = andare a letto entro mezzanotte = evitare possibilmente di uscire, annegando il tutto con tre caffè ben dosati nell'arco della giornata. Non sto qui a descrivere la mia condotta, basti sapere che non sono uscito fino al sabato sera appena trascorso.
Ho sentito un paio di amici ed esaltato come un cane quando al parco gli si sta per levare il guinzaglio sono finalmente uscito dal bunker. Ho preso la macchina e sono andato a casa di un amico; come stai come non stai, che fine avevi fatto e altre cazzatine del genere, poi birra, sigarette e discorsi che partono da una base ordinata e pacata e arrivano al punto in cui l'imprevedibilità del ragionamento sfocia nel caos rischiando l'autocombustione. Un grande inizio di serata.
Si decide, com'è giusto, di uscire; per lo meno così ci si evita di starsene chiusi in casa a dirsi che qui non c'è niente da fare, le persone sono sempre le solite, e non è la città ma la gente, non è la gente ma la città che preclude eccetera eccetera eccetera. I finti disagi esistenziali di chi ha la poltrona con la forma del suo culo cementata. Tutti in un'unica auto ci si dirige verso il centro, giusto per sentire cosa c'è da fare, ci diciamo; parcheggiamo più vicini al punto di partenza che a quello di arrivo, mandiamo qualche sms per capire dove si è coagulata la gente e raggiungiamo il cuore della città. Camminiamo per un po' e finiamo nell'ingorgo di compaesani fuori da un bar, pare che ci siano più o meno i soliti, facce note, nomi noti e individui x, tutti con un bicchiere di plastica riempito a birra o spritz in mano. Attacchiamo bottone con degli amici nel mucchio, che fate cosa non fate, non c'è niente da fare e voi? e poi qualche secondo di silenzio imbarazzante. Poi si riattacca con l'università come va, gli esami come vanno, non me ne parlare che sto studiando come un disperato e altri dilemmi del futuro prossimo da affrontare. Ci si scogliona un po' insomma, naturale, penso, la serata deve ancora partire. Entro a prendere una birra, come impone il rito iniziatico del sabato sera, vado al banco intasato di alcolizzati a gettone e tento di ordinare; quando il barista sta per arrivare da me una tipa, una di quelle tipe bene che se solo provassi ad attaccar bottone assumerebbero la stessa posa sconcertata di mia madre quando, all'epoca delle prime sperimentazioni sessuali, mi scoprì in camera a toccarmi nudo come un verme, mi scosta un po' giusto per dire me li fai due spritz? , e il barista necessariamente sfoggia un sorriso mediaset e la serve. Giusto così, mi dico, l'avrei fatto anch'io. Prendo finalmente la birra ed esco dal locale, bevo un sorso e mi accendo una sigaretta. Faccio due passi e mi guardo in giro per riprendere il gruppetto che avevo raggiunto appena arrivato e mentre cerco una voce alle mie spalle biascica un Jon, che cazzo ci fai qui?! Mi giro, è un buon amico, lo saluto e dico che boh, si fa un salto, esco per trovare qualcosa di cui lamentarmi e sorrido, sorride anche lui e mi fa ce la fumiamo una cannetta? E penso che sì, ci starebbero bene un tubo e due tre parole, ma nello stesso istante arrivano due tipi incognati lesi da far schifo con il sorriso ebete a salutarlo e si piazzano lì con noi, così rispondo no amigo, la prossima volta, domani devo studiare e mi dice sciolto, semmai ci si vede dopo, lo abbraccio e gli dico di godersela. Sempre con birra e sigaretta in mano mi rimetto a cercare gli altri, esco dalla calca e provo ad alzarmi in punta di piedi ma niente, non li vedo. Vabbè, mi dico, tanto vale sedersi e aspettare, finisco la sigaretta almeno. Mi siedo su uno scalino un po' scostato dalla situazione e faccio un altro sorso di birra. Fa maledettamente freddo. Chi me lo fa fare di stare qui a congelarmi, penso, si poteva stare a casa a lamentarsi al caldo. Provo a chiamare gli altri ma niente, squilla a vuoto. Rimetto il cellulare in tasca e mi accendo un'altra sigaretta, con una punta di nervoso. Sono queste le sigarette che ammazzano, mi dico, e al secondo tiro mi si presenta davanti una ragazza che mi saluta esalando un ciao al gusto aperol che mi raggiunge istantaneamente. Sorrido, la conosco di vista e avremmo parlato due o tre volte giusto per, si è fatta i dreads e ci rimango un po' così, aveva dei capelli bellissimi, comunque la saluto e mi alzo. Esordisco con un Che si fa stasera? e lei mi fa che non c'è niente da fare, si beve e si sta qui, mi dice che forse se si va all'altro bar qui vicino c'è più gente; le dico che si può fare un salto e ci incamminiamo verso l'altro bar. Come va, a parte la noia e il fatto che non ci sia niente da fare? domando e sorridendo mi risponde che va bene, i suoi le rompono un po' i coglioni per la scuola ma che non ne fa un dramma; e tu invece? Cosa fai all'università che non mi ricordo? Filosofia, rispondo senza star lì a precisare quale sia davvero il mio indirizzo di studi. Figo filosofia!, mi fa, sono stata alla manifestazione a Roma, tu c'eri? Io rispondo che no, non ci sono stato e mi fermo lì, evitando di darle spiegazioni. Sono dei bastardi, quella puttana della Gelmini! Hai ragione, le dico, e guarda che porcate stanno facendo alla Fiat o con il legittimo impedimento! Al che lei mi guarda sgranando gli occhi e un po' imbarazzata dice e che cos'è il legittimo impedimento? Io non so cosa dire, ci rimango di merda, non so veramente cosa dirle, mi girano un po' e sto per iniziare una sfuriata, in tono pacato s'intende, quando da un angolo spuntano gli altri, con gli occhi lucidi e rossi e i bicchieri pieni in mano. Dove schifo eravate finiti,maledetti? mi guardano e sorridono, sono entrato un attimo al bar e siete spariti in zero due senza che mi accorgessi di niente. Sorridono ancora, mi faccio un gran sorso di birra e nel mentre salutano la tipa, uno attacca bottone con lei ,io mi attacco alla sigaretta e bevo un altro sorso di birra. Spariamo un po' di cazzate e ridiamo, camminiamo ancora sfilando tutti i negozi del corso con le luci accese e le scritte saldi in bella mostra e alla fine arriviamo all'altro bar, com'è giusto che sia.
Viviamo tutti sotto zero.
In una tundra.
Senza pensiero.
M'intorpidisco, al gelo. La sensibilità, ah..
L'alcool scalda - ma ti lascia leso.
Sprofondo. Ho l'affanno.
Nella neve, nel fango.
Le orme a testimoniare
che cerco, ricerco.
Continuerò a errare.
Vedi i fiati nell'aria
di chi fuma e paga
la mafia. Come dimenticarlo?
Butta giù del vino prima di dragarlo.
Trovo tra sterpi di
generazione la
desolata fonte
della cognizione: 'na
fosca opaca superficie ghiacciata.
Nella steppa rimane il lupo.
Mi rendo nullo.. Resiste la corteccia.
Nessun valore è assoluto, nel brullo.
Mi rialzo dopo essere caduto.
Eccomi ai limiti.
Mi escono gemiti.
Calano brividi. Che,
che posto da brividi.
Una stanza dallo specchio trasparente
oltre cui visionano le nostre dipendenze.
Noi lesi, sedati a non capire
mentre loro intendono agire.
Greg
Una bella notizia qui ---> http://www.larena.it/stories/Provincia/212815_restituisce_il_premio_in_denaro_e_al_gran_gal_cala_il_gelo/
La concitazione degli ultimi tempi è caratterizzata da una tensione sociale che fa impazzire i termostati delle nostre coscienze. Le controversie governative, assieme all'approvazione dell'eutanasia per il nostro futuro, rappresentata da quel testo orribile che è la "riforma" Gelmini alimentano l'ebollizione dentro la pentola a pressione che si avvicina all'esplosione.
La linea di demarcazione che separa rabbia e violenza è molto sottile: soprattutto se questo confine rappresenta la sopravvivenza, la certezza del futuro, la garanzia del posto di lavoro. Posso capire perchè salgano sui tetti: è una implicita e naturale voglia di riscatto che è il contrario di farsi calpestare come formiche costrette a lavorare. La rabbia ultimamente è stata confusa con la sua deviazione, quella violenza che oggi viene proposta dalla diffamazione mediatica come l'unico motivo per scendere in piazza. Forse questo uso indiscriminato della forza è il risultato dell' oppressione. Un modo come tanti per sgomitarsi tra la folla per farsi vedere e farsi riconoscere da autorità che poi si rivelano incapaci di guardarci. Questo metodo di protesta è la recessione di un movimento di giovani.
Una folla che non sa scorgere l'orizzonte del proprio futuro, che vaga in mare aperto e che, nonostante tutto, preferisce guardare al porto di partenza, anzichè leggere la mappa che le consentirebbe di raggiungere la propria meta. Parlo di una generazione che non perde nulla, che vive "annizero". Le proteste e le manifestazioni, sia chiaro, non sono rivoluzioni. In questi giorni in troppi hanno confuso la discesa verso Roma come un viaggio verso il potere, verso l'assalimento del palazzo.
Il ritorno è stato solo maceria. Delusione.
Il risultato è stato miseria. Sconfitta.
La partita non è conclusa: gli elettroni hanno ricominciato a girare attorno ai nuclei .L'atomo della rivincita è creato.
Il movimento vive di rendita: è solo un "no" alla riforma, lecito e condivisibile, che dà senso a queste motivazioni. Ma il potere ha in tasca il telecomando per annullare le proteste. Ha in mano la forza, possiede i numeri per approvare la riforma, ha il potere per rimuoverla e per trasformare il "No Gelmini" in una semplice negazione priva di complemento di termine.
Quindi urleremo un semplice no. Ma a cosa?
Il potere la forza per rendere senza senso le motivazioni della protesta. Dopo un no, in grammatica, segue un complemento di termine. E' proprio quel fine che manca ai movimenti di oggi. Il movimento che negli ultimi mesi è sceso in piazza non ha fatto altro che chiedere il ritiro della riforma, confondendo uno dei passaggi come il raggiungimento del fine. Il movimento composto da ragazzi intelligentissimi e consapevoli dovrebbe contrapporre la propria alternativa e la propria idea di università.
Cari Studenti, come me, mostrate a tutti che mondo volete.
Cari Studenti, come me, non limitatevi a richiedere il ritiro della riforma perchè prima della riforma c'era un università che non funzionava bene.
Cari Studenti, non prendetevela con i poliziotti. Essi sono lo strumento dello Stato: una istituzione che vive per conservare se stessa, non per tutelare i cittadini.
Non state facendo una Rivoluzione.
Contestate dei tagli, ma non è sufficiente per rendere l'Italia un Paese vivibile.
Decidete che posizione prendere.
C'è in ballo il nostro futuro.
La guerriglia urbana è la regressione non la soluzione.
Bless.
kykeon
Immaginatevi un paese in cui ogni persona nella sua casa si trova improvvisamente ad avere la possibilità di avere uno o più di questi tre oggetti, e decida quale prendere in base alle sue necessità.
I pinguini erano dei lavoratori veloci, instancabili, efficienti, non si rompevano mai e lavoravano gratuitamente, ma avevano un difetto, era difficile addomesticarli, e a volte facevano delle strane bizze.
Le finestre avevano un aspetto impeccabile, funzionavano benissimo, e permettevano di guardare il mondo circostante alla casa con disarmante facilità, però, essendo manufatti, andavano incontro a una precoce degenerazione, la serratura si chiudeva male o non si chiudeva più, i vetri si annerivano, il legno di cui erano fatte si disgregava velocemente, deludendo molto gli uomini, che pensavano di poterle tenere nelle loro condizioni iniziali pur usandole tutti i giorni.
Le mele infine, erano ottime da intagliare e dolci da mangiare, e facevano sfruttare all'uomo tutta la sua creatività, però avevano un difetto anche loro, al mercato del paese infatti, le mele erano l'oggetto più costoso da comprare in assoluto e perciò molti uomini non se le potevano permettere.
Così un giorno, le finestre decisero di aggirare i pinguini e le mele.
Il capo della fabbrica di finestre fece produrre delle finestre che dovevano funzionare solo insieme ad altre finestre, se nella stessa casa c'era una mela o un pinguino non avrebbero dovuto parlarsi, nè scambiarsi idee o notizie.
Il capo dei coltivatori fu riabilitato non appena questi si accorsero che era necessario per far fruttare il loro lavoro, e così le mele sono tornate ancora più belle (e ancora più costose, ahimè!) al mercato del paese.
Quei pochi allevatori di pinguini temerari pian piano stanno aumentando di numero, perchè il lavoro di quei primi è andato avanti molto e molto bene e i pinguini sono addomesticati adesso molto meglio.
Nonostante questo siamo ottimisti e pensiamo che se le finestre non miglioreranno la loro qualità, il loro declino sarà inequivocabile.
Due rette parallele. Immutabili. Impalpabili. Infinite. Due rette, destinate a non toccarsi mai. Mai. Una volta che le definisci, che le nomini, definisci il loro destino. Nel loro stesso nome è scritta la direzione del loro futuro, il loro compito nell'eternità. Non toccarsi, mai. Povere rette.
La creazione di Lynked è stata una mia decisione personale, intrapresa in un momento di follia, di delusione personale. Qualche tempo, insieme ai collaboratori di questo blog, proposi la linea di questo blog: la scelta di non-autodefinirsi non è apparsa come una idea rivoluzionaria, ma anomala. Si teme sempre che una testata, scritta da giovani firme, possa trasformarsi in un confessionale o in una fucina di sogni irrealizzabili.
L'intento di chi collabora e di chi, lo spero, crede in questo progetto è quello di proporre una visione del mondo che non si basi sul totale rifiuto del passato, ma in una propensione verso il futuro. Chi legge gli articoli e i brani che nel tempo si susseguiranno dovranno interrogarsi : come voglio il mondo? Sì, la pretesa di queste righe è palese: cambiare il mondo. I modesti battiti di tastiera sono la metafora di un susseguirsi di colpi di proiettile che stanno assaltando il palazzo del potere. Siamo consapevoli del rapporto tra cultura e potere. Noi vogliamo rovesciare una cultura che, oggi, è al servizio del potere e del mercato. Siamo autori indipendenti e liberi da ogni vincolo e pregiudizio.
Gradisci le parole che ho scritto?
Se sì, dimentica tutto e non tornare indietro per rileggere perchè non è quello che pensi tu, non lo condividi e non ti interessa. Se scrivo, in questo momento, è perchè mi rivolgo ad un pubblico di un livello culturale estremamente basso che non ama che se stesso. Sei un narcisista che si specchia e si vede bellissimo, ma non esci di casa perchè temi il giudizio altrui.
Se non hai gradito le mie parole, sforzati di pensare e immagina...immergi te stesso nel mare del moralismo e prova a non bagnarti. E' impossibile non contaminarsi di sistema, non sporcarsi delle carcasse che quello che noi chiamiamo "sistema" ( la ripetizione è voluta ). Il sistema risuona come una nenia. I Novantanove Posse cantano:
'O sistema, sistema, sistema che t'ancatena
Tu che, in questo momento dissenti da me hai ragione. Non possiamo rimanere incontaminati dalla società che, alla fine, ci permette di sopravvivere.
Ora sforzati di collegare i puntini che uniscono questo sistema.
Quando avrai concluso questo lavoro capirai di aver perso tempo perchè quel sistema, nel frattempo, si è rafforzato.
Morale della favola: non sforzarti di capire perchè vanno male le cose, perchè rimandi la sua risoluzione. Piuttosto, sforzati di capire se collegando in altri modi i puntini, il disegno possa essere più bello.
Bless.
kykeon
La paura deriva proprio da ciò che non si conosce. Si ha paura del buio perché non si sa cosa c’è nell’oscurità (<3). Ma allora perché non accendere la luce, imparare a incontrare le varie culture, o meglio notare tutti i contributi degli stranieri in questo paese? La capacissima ministra dell’istruzione potrebbe fare qualcosa di veramente utile, come introdurre un’ora di ‘cultura estera’, tanto per educare gli studenti all’apertura e alla tolleranza (ma ovviamente sto vaneggiando, lei è una di quelli che ci sguazza, nell’oscurità)… La realtà è che l’Italia non è uno stato originale autogeneratosi dalle infinite conoscenze di Maria de Filippi, ma è l’insieme di contributi provenienti da ogni dove accumulatisi in millenni. E non si può neanche ignorare l’enorme apporto in campo lavorativo, perché i posti lasciati vacanti da braccia tolte all’agricoltura come Renzo Bossi, vengono occupati solo da stranieri, l’italiano è troppo superiore per abbassarsi in questo modo, e sta smarrendo la concezione di sacrificio finalizzato a perseguire un obiettivo. Essendomi dilungata troppo, chiudo con una frase di Luciana Littizzetto riguardante il comportamento della chiesa nei confronti degli omosessuali: “Ma cosa vi hanno fatto di male sti gay? È perché si mettono le gonne come voi? […] Il nostro capo supremo, quello che sta in the sky, non Berlu, perdonava tutti, anche le adultere e i ladroni, e voi mai niente? Noi saremo anche delle pecorelle smarrite, ma voi siete proprio sicuri che la strada la sapete bene?”.
Insomma, perché non conoscere tutto ciò che è ‘diverso’, in ogni frangente, in modo da creare un clima di tolleranza –vista la piega attuale, ognuno di noi si dovrebbe impegnare in prima persona per migliorare la situazione- e punire semplicemente il criminale, non la ‘categoria’ in cui rientra? Giudicare l'individuo, dato che la concezione di "ordine" risale all'età assolutistica francese? Non sentirsi superiori perchè si preferisce andare a puttane guardare le belle ragazze, o perchè si posseggono "qualità", totalmente indipendenti dalla propria volontà, dalla nascita (o derivanti da condizionamenti di varia natura), non di certo grazie a meriti particolari? Pensateci, quando sentirete, ascoltando Napolitano, una donna che dice "Quel cameraman dev'essere albanese, ha una brutta faccia da delinquente", una vecchia idiota che, avendo visto entrare dei rom nell'autobus, si lamenta del cattivo odore, inesistente, o una qualsiasi delle infinite manifestazioni quotidiane di razzismo in cui ci si imbatte.
Fonti: Identità di carta
Mia
Ti sbagli, ti sbagli Gesù Cristo! Non tutti gli uomini vivono di solo pane: ecco così è più corretto.
Mi verrebbe da pensarla così, oh si!, mentre ricordo con desolazione le aule vuote di un'assemblea studentesca di un anno fa dove si proiettava Ecce Bombo, dove si proiettava "I 400 colpi".
Mi verrebbe da pensarla così ,qui e ora: musica e cinema rappresentano solamente mero intrattenimento per buona parte della popolazione. Panem et circenses, dicevano i romani ( se c'è stato un popolo che prodotto espressioni proverbiali utili, sono stati proprio loro,). Voglio dire: l'intrattenimento non è che un farinaceo, necessario alla nostra alimentazione. E ben vengano i circhi, le musiche ballabili, i film divertenti e via discorrendo. Ma mica ci faremo bastare questo no?
E invece sembra proprio che ci si accontenti del solo pane. Insomma ci si ferma all'artigianato e non si guarda all'arte. Io provo questa sensazione.
Ed è questo che rovina il mondo e l'Italia e via dicendo, perchè nulla è più politico de "[...]gli impercettebili e invadenti sottofondi dei luoghi pubblici, i motivetti che fungono da stordimento pubblicitario, i talent shows di sgomitanti giovani artisti in lotta fra loro[...]", nulla è più politico dei cine-panettoni a stampo e relative copie, nulla è più politico del continuo ed ininterrotto ripetersi e affermarsi di queste opere di intrattenimento.
Ecco, la mia convinzione che il messaggio di un prodotto artistico non realizzato per fini commerciali interessi anche a una casalinga di Treviso, un pastore abruzzese e un braccinate lucano vacilla piuttosto vistosamente. Non so voi.
Sto studiando in cucina. Vorrei accendermi una sigaretta e godermela nel silenzio della casa vuota. Assaporare ogni istante di pace. La televisione è spenta, mia madre è uscita. Sono alla finestra, muovo freneticamente le dita come a tamburellare l'aria. Guardo fuori, ci sono due operai che lavorano. Tagliano dei tronchi, appuntiti ad un'estremità, come i pali che piantano per attraccare le gondole a Venezia. L'uomo che imbraccia la motosega avrà pochi anni in più di mio padre. E' magrissimo, sotto la tuta arancione si intravedono una camicia blu e un maglione rosso. Porta un cappello di stoffa consumata, con il marchio di una ditta a caso stampato sulla parte superiore, sopra la tesa. Avrà gli anni di mio padre, mi dico. E' sfatto, consumato, le labbra gli si ripiegano nella bocca senza denti, la sua pelle sembra carta stagnola opaca, come annerita dalla fiammella di una candela. E' scheletrico, le sue braccia sottili vibrano ogni volta che i denti della catena mordono il legno. Si ferma un istante, la motosega non da più segni di vita, l'appoggia a terra, si toglie un guanto e scopre una mano ossuta come i rami degli alberi che attendono l'inverno. Dev'essere finita la benzina. Prende un pacchetto di sigarette dalla tasca sinistra della tuta, Marlboro rosse; come mio padre – penso - ne sfila una e se la porta alla bocca rinsecchita che sembra il culo di una gallina. Fa per prendere un accendino, si tasta i pantaloni, il taschino della camicia all'altezza del cuore; niente, pare che non ci sia. Chiede al collega, che avrà al massimo trentanni, e quello con la sua faccia gonfia e corrosa dai capillari esplosi dall'alcol dice che un accendino non ce l'ha, fa un cenno come per dire mi non fumo, con la classica spinta d'orgoglio del non fumatore. Si tasta ancora la tuta, i pantaloni, la tasche fuori misura, e trova l'accendino; finalmente – mi dico- ora se la può fumare quella sigaretta. Alla faccia del mi non fumo. Me l'accendo anch'io una sigaretta, ce la si fuma insieme – penso- e prendo l'accendino alla destra del fornelletto a gas. L'accendo e aspiro lentamente, insieme a lui, godendomi la casa gonfia di silenzio. Ha smesso di piovere da poco. Mia madre sarà ormai di ritorno, è quasi l'una. Avrà gli anni di mio padre, mi dico ancora. E sta lì fuori, al freddo umido che penetra fin nelle ossa, a spuntare tronchi per chissà chi o che cosa. Bella merda, penso buttando fuori il fumo del primo tiro. Si siede a terra, sopra un bancale di legno marcio, sta nello spiazzo della fabbrica di fronte a casa mia. Non ci lavorava più nessuno da ormai cinque, sei anni; le piante sono spuntate fuori a forza dall'asfalto, mangiandosi nel tempo quasi tutto lo spazio circostante al fabbricato senza che me ne rendessi conto. Si fa un secondo tiro, senza avidità. Pare tranquillissimo, i suoi occhi azzurri sono gelidi, rotti da una smorfia che lo fa sembrare eternamente in blue mood. Sono l'unica cosa ancora viva del suo volto - penso facendomi un altro tiro- la fatica non ha ancora prosciugato la forza di vivere di quell'uomo con la sigaretta in bocca, seduto nello spiazzo qui di fronte a me. L'altro tipo se ne sta fermo immobile all'interno della macchina con il braccio meccanico a chela che serve a tener fermi i tronchi. Avrà gli anni di mio padre, una casa, una famiglia e dei figli – mi dico. Chissà cosa starà pensando lui tra un tiro di sigaretta e l'altro. Avrà una moglie e dei figli che a quest'ora saranno di ritorno dalla scuola. Eppure sta qui di fronte a me, buttato a terra come un cristo stanco e un po' scazzato a tirare il fiato. Sarà che oggi non è giornata – mi dico- ma in qualche modo inizio a sentirlo come un amico. Lo capisco, o forse no, ma se sta lì sotto quel cielo gonfio di nuvole che mi ha barricato in casa mezzo depresso deve avere qualcosa, qualcuno per cui farlo. Ci sarà sicuramente – mi dico- un qualcuno che alleggerisca il peso delle sue necessità. Sicuro come la morte, vorrei scendere, andare lì e abbracciarlo, dirgli che in qualche modo credo di capirlo. Mi sento un po' un coglione.
L'uomo asservito all'uomo, l'uomo come macchina e nient'altro di più.
kykeon
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